Materiali e testimonianze
ESPANDERE LO SPAZIO PUBBLICO ATTRAVERSO L’ARTE E L’EDUCAZIONE ALTERNATIVA
Una conversazione con Pablo Helguera
Ginevra Ludovici
Abstract The text examines the practice of Pablo Helguera, a central figure in socially engaged art. Through critical pedagogy, performance, and participatory frameworks, Helguera explores how art can expand public space, generate forms of collective knowledge, and produce counter-narratives capable of challenging the contemporary neoliberal paradigm.
Keywords Socially Engaged Art; Educazione alternativa / Alternative Education; spazio pubblico / Public Space; Partecipazione / Participation; Transpedagogia / Transpedagogy
Ginevra Ludovici è curatrice indipendente, storica dell’arte e dottoranda presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca, dove sta portando avanti il progetto di tesi “Self-initiated institutions: the case of artists-run educational platforms”. Ha collaborato con numerose istituzioni culturali, tra cui Real Academia de España (Roma), Paisanaje (Madrid), Fondazione Giuliani (Roma), MACTE (Termoli), Almanac (Torino) e Galerija Remont (Belgrado). I suoi scritti sono apparsi in pubblicazioni accademiche e riviste di settore. Ha tradotto in italiano Education for Socially Engaged Art di Pablo Helguera e Joseph Beuys di Claudia Mesch per Postmedia Books. Nel 2024, ha ricevuto la borsa di studio per il sostegno a progetti internazionali di ricerca da parte dell’Italian Council (13ª edizione, 2024-2025), promosso dal Ministero della Cultura italiano. È co-fondatrice del Capitolo Italiano dell’Association for Critical Heritage Studies, del collettivo multidisciplinare vieni fortuna e della piattaforma di ricerca e spazio espositivo 10 documents.
How to cite
Ginevra Ludovici, “Espandere lo spazio pubblico attraverso l’arte e l’educazione alternativa. Una conversazione con Pablo Helguera”, in Raffaele Bedarida (ed.), We Don’t Need No Education. L’educazione dell’artista e per l’artista dal dopoguerra a oggi, monographic issue of Senzacornice Journal. Studi sul sistema dell’arte contemporanea, second series, II, 2, September 2026, pp. 237-251, <https://www.senzacornice.org/portfolio-articoli/ludovici-helguera/>
Negli ultimi tre decenni, la convergenza tra pratiche artistiche partecipative ed educazione alternativa è divenuta uno dei campi più dinamici dell’arte contemporanea, in particolare all’interno di ciò che viene oggi definito come socially engaged art (SEA).1 In questo ambito, Pablo Helguera – artista, educatore e teorico nato a Città del Messico nel 1971 e attivo da molti anni negli Stati Uniti – rappresenta una figura cruciale. La sua pratica, situata all’incrocio tra performance, pedagogia critica, etnografia e media sperimentali, ha contribuito in maniera determinante alla definizione di una metodologia che considera l’educazione non come funzione accessoria dell’arte, ma come suo vero e proprio medium.
L’opera di Helguera si caratterizza per un approccio orientato alla costruzione di processi di apprendimento collettivo, all’attivazione di spazi pubblici temporanei, e alla creazione di dispositivi discorsivi capaci di mettere in questione le forme dominanti della produzione culturale. Le sue ricerche si articolano attraverso una pluralità di formati – mostre, performance, conferenze, pubblicazioni, installazioni, progetti partecipativi itineranti – e affrontano temi che vanno dalla storia culturale alla memoria sociale, dalla sociolinguistica all’etnografia urbana, fino alla pedagogia radicale.2
Questa conversazione, condotta in inglese nel giugno 2022 attraverso due sessioni online e pubblicata nel novembre dello stesso anno sulla rivista Studia de Arte et Educatione (numero “Creative Dialogue with the City. Arts and Artists in the Regeneration of Public Space”), viene qui riproposta in una versione aggiornata e tradotta in italiano per Senzacornice Journal. Il dialogo ripercorre alcune tappe fondamentali del percorso artistico di Helguera, con l’obiettivo di indagare come abbia contribuito a ridefinire il rapporto tra arte, educazione e spazio pubblico in un momento in cui le pratiche socialmente impegnate risultano sempre più integrate, istituzionalizzate e discusse nel dibattito critico contemporaneo. Attraverso l’analisi delle sue strategie metodologiche, il dialogo si concentra sulle modalità attraverso cui l’arte può ampliare il discorso pubblico, generare forme di partecipazione attiva e produrre contro-narrazioni capaci di interrogare il paradigma neoliberale dominante.3
Ginevra Ludovici [GL]: Ciao Pablo, grazie per aver dedicato del tempo a questa conversazione. Il tuo lavoro – che attraversa oltre trent’anni di carriera – è noto per essere stato in qualche modo pionieristico per la nuova generazione di artisti associati all’ambito dell’arte socialmente impegnata. Tu incarni sia il ruolo dell’artista sia quello dell’educatore. In che modo questa sovrapposizione ha informato la tua pratica?
Pablo Helguera [PB]: Sono arrivato all’arte socialmente impegnata quasi per caso, attraverso un percorso piuttosto atipico. Mi sono trasferito da Città del Messico negli Stati Uniti per studiare pittura presso l’Art Institute di Chicago. Durante il mio BFA ho seguito corsi in diversi linguaggi artistici – performance, video, fotografia – che mi hanno permesso di esplorare media differenti. All’inizio non ero particolarmente attratto dalla performance: non ne comprendevo del tutto la natura e mi sembrava un linguaggio distante da me. Con il tempo, tuttavia, ho iniziato ad avvicinarmi a questa forma espressiva.
Provenendo da una famiglia di musicisti e scrittori, desideravo integrare nei miei dipinti elementi sonori e testuali, ma provavo una certa frustrazione per l’impossibilità di far dialogare coerentemente questi linguaggi. Nello stesso periodo, svolsi un tirocinio presso l’Art Institute di Chicago – un’importante istituzione dedicata all’educazione artistica e dotata di un museo annesso – dove lavoravo con il Dipartimento di Africa, Oceania e Americhe.
Il mio primo incarico museale consisteva nel verificare le etichette delle opere e svolgere compiti d’ufficio, attività che in seguito mi portarono a condurre visite guidate. L’aspetto performativo dell’attraversare le gallerie del museo e parlare di arte con gruppi di persone risultò per me estremamente stimolante.
Poco dopo iniziai a dedicarmi in modo più diretto alla performance, nel momento in cui compresi che qualsiasi azione poteva diventare una performance e che potevo integrare al suo interno tutti gli elementi che desideravo. Sapevo di non essere un vero scrittore, cantante o attore, ma capii che avrei potuto creare opere capaci di includere e intrecciare tutti questi linguaggi.
Dopo la laurea continuai a lavorare nei musei.4 Nel 1995 ottenni un incarico al Museum of Contemporary Art di Chicago, dove mi occupai dell’organizzazione dei public programs. Fu un’esperienza straordinaria, quasi una seconda formazione, perché mi mise costantemente a contatto con artisti di grande rilievo che discutevano con me del proprio lavoro. In quegli anni ebbi l’opportunità di incontrare e organizzare conferenze per artisti come Pipilotti Rist, Cindy Sherman, Stan Douglas e altri protagonisti della scena contemporanea. Curai inoltre una conferenza dello scrittore Lawrence Weschler, che aveva appena pubblicato un libro per me fondamentale, Mr. Wilson’s Cabinet of Wonder.5 Si tratta di un saggio dedicato al Museum of Jurassic Technology di Los Angeles e, più in generale, alla nozione di Wunderkammer e al tentativo di reintrodurre la meraviglia all’interno del museo. Quel testo mi introdusse al mondo dell’Institutional Critique e da lì nacque il mio interesse per il lavoro di artisti come Andrea Fraser, Fred Wilson, Michael Asher e molti altri.6
In quegli stessi anni iniziai a interessarmi a un’altra pratica che caratterizzò profondamente gli anni Novanta: l’arte relazionale.7 Successivamente, come direttore dei public programs del Solomon R. Guggenheim Museum di New York (1998-2005), sviluppai ulteriormente queste ricerche organizzando il simposio The Museum as Medium, che si svolse a New York e a Città del Messico.8 Con il tempo, tuttavia, compresi che molti dei progetti partecipativi realizzati in questi ambiti non riuscivano a generare un reale coinvolgimento con le persone. In altre parole, pur dichiarando un intento partecipativo e interattivo, continuavano a trattare il pubblico come uno spettatore passivo.
Desideravo invece costruire una relazione autentica con chi prende parte al lavoro, e riconobbi che la mia formazione pedagogica poteva offrirmi gli strumenti per farlo. L’insegnamento, infatti, implica la capacità di ascoltare, di instaurare un dialogo e di rispondere in modo diretto alle esigenze di chi partecipa. Da quel momento, iniziai a concepire la mia pratica come un processo aperto, capace di reagire all’altro e di fondarsi sulla reciprocità dello scambio.
GL: Ritengo che questo aspetto, in particolare, sia essenziale, poiché hai sviluppato una metodologia specifica volta a creare spazi di incontro, dialogo e scambio con i membri del tuo pubblico, che diventano partecipanti attivi negli ambienti che costruisci. Potresti descrivere come è iniziato questo percorso basato sulla partecipazione e sulle esperienze di apprendimento collettivo?
PH: Tutto ebbe inizio nel 2001, durante un viaggio nell’Europa dell’Est. Ero in Croazia e, su un treno, conobbi per caso un’adolescente croata che parlava uno spagnolo perfetto. Mi raccontò di aver imparato la lingua guardando le telenovelas messicane, allora molto popolari nel Paese. Quell’incontro mi spinse a indagare il fenomeno e scoprii che le soap opera latinoamericane avevano avuto una straordinaria influenza nell’Europa post-comunista.
Si tratta di narrazioni fondate sul paradigma della trasformazione personale e dell’ascesa sociale, in cui le barriere di genere, classe e razza vengono in molti casi superate dai protagonisti. Dato il loro successo, ho avuto l’impressione che, in quel contesto storico, tali questioni non fossero state affrontate in modo adeguato e che queste serie televisive funzionassero, per la popolazione, come una forma di catarsi collettiva.
Da questa intuizione nacque quello che considero uno dei miei primi progetti di arte socialmente impegnata – in un momento in cui non esisteva ancora una terminologia condivisa per definire questa forma d’arte. Il progetto, intitolato The Soap Opera Institute (Instituto de la Telenovela) [fig. 1], fu inaugurato nel 2002 alla Galerija P74 di Lubiana, in Slovenia.9
fig. 1 Veduta della mostra Dramatis Personae. El Instituto de la Telenovela, Museo Jumex, Città del Messico, 2017. Courtesy Museo Jumex
Per la prima volta realizzai un’opera che era insieme una mostra e un’iniziativa educativa. L’obiettivo era analizzare l’impatto delle soap opera latinoamericane nel resto del mondo.
A ogni nuova tappa – dall’ottava Biennale dell’Avana all’HDLU Center di Zagabria fino a diverse gallerie londinesi – lo spazio espositivo veniva attivato attraverso workshop, performance e pubblicazioni, secondo la logica di un’istituzione educativa temporanea. Questo progetto rappresentò la mia prima sperimentazione nella definizione di meccanismi di coinvolgimento e nella costruzione di quello che avrei poi descritto come un “modello metodologico”: un approccio pedagogico performativo che sostituisce la rigidità del curriculum scolastico con partiture educative aperte e dinamiche. Questa struttura nomadica e processuale sarebbe diventata poi il preludio alla School of Panamerican Unrest [fig. 2].10
fig. 2 The School of Panamerican Unrest, installazione della scuola ad Anchorage, 2006.
Courtesy Pablo Helguera
GL: La School of Panamerican Unrest, avviata nel 2003, è probabilmente una delle tue opere più note e uno dei progetti di arte pubblica più estesi mai realizzati. Consisteva in una sorta di think tank nomade che attraversò fisicamente il continente americano in auto, da Anchorage, Alaska, fino a Ushuaia, Argentina, nella Tierra del Fuego, attivando connessioni tra le diverse regioni delle Americhe attraverso discussioni, performance, proiezioni e collaborazioni a breve e lungo termine tra organizzazioni e individui. Come è nata l’idea?
PH: L’idea del progetto emerse dopo gli attentati dell’11 settembre a New York, seguiti l’anno successivo dall’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. L’attacco fu un’esperienza traumatica per tutti, ma anche la reazione statunitense ebbe un impatto profondo sul clima politico e sociale. Come immigrato messicano residente a New York, sentii il bisogno di interrogare la storia di quella che percepivo come un’arroganza egemonica radicata nella cultura politica degli Stati Uniti. Da qui nacque la volontà di assumere, in modo quasi inverso, la posizione dell’antropologo: invece dell’antropologo statunitense che studia il Messico, volevo diventare un osservatore che attraversa e analizza le Americhe da sud a nord e da nord a sud.
Questo rovesciamento di prospettiva mi portò a indagare le radici di quelli che considero alcuni dei tratti più fertili dello spirito democratico che ha contribuito alla formazione degli Stati Uniti. Tornai così alla nozione di panamericanismo, un’idea sviluppata tra il Settecento e il Novecento che immaginava le Americhe come un’unica entità politica e culturale.11 Sebbene spesso associato al Nord America – in particolare agli scritti di Henry Clay e Thomas Jefferson – il panamericanismo nacque anche nel Sud globale, attraverso figure come Simón Bolívar e José de San Martín.
All’inizio degli anni Duemila, l’Unione Europea continuava a essere percepita come un esempio riuscito di integrazione economica e culturale. Mi chiesi allora perché un processo analogo apparisse così difficile nelle Americhe. Come sarebbe stato un Paese utopico chiamato Pan-America? E in che modo l’identità nazionale contribuisce a definire le culture contemporanee del continente?
Decisi che l’unico modo per esplorare queste domande era rivolgerle direttamente alle persone, percorrendo in automobile la Pan-American Highway, una rete stradale lunga circa 20.000 miglia, spesso più un concetto geografico-politico che un’unica arteria continua. Nonostante l’eterogeneità delle sue sezioni, la strada rende possibile – almeno in larga misura – viaggiare via terra dall’Alaska al Cile.
GL: Quando è iniziato il progetto? Come ha funzionato concretamente?
PH: Nel 2003 fui invitato da un museo svizzero a realizzare una mostra sul tema della pace. Fu in quel contesto che elaborai per la prima volta l’idea della scuola come spazio di apprendimento mobile, rendendomi però subito conto che, per svilupparla pienamente, sarebbe stato necessario attraversare fisicamente l’intera Pan-American Highway. Solo un viaggio sul campo, che comprendesse sia le grandi città sia i piccoli centri, avrebbe permesso al progetto di prendere forma in maniera autentica, attraverso la presenza diretta e il contatto con le persone.
Poco dopo ricevetti una borsa dalla Creative Capital Foundation, che rese possibile l’organizzazione logistica del viaggio. Ci vollero circa due anni per definire l’itinerario e, grazie ai fondi ricevuti, acquistai un furgone e costruii una sorta di scuola mobile, progettata come una struttura temporanea, ripiegabile e facilmente trasportabile che creasse, di volta in volta, uno spazio fisico d’interazione. Realizzai anche un sito web – di fatto un blog – dove documentavo quotidianamente ogni tappa del viaggio. Acquistai inoltre una videocamera e una campana, strumenti che divennero parte integrante del processo performativo e documentativo [fig. 3].
Riuscii a coinvolgere alcuni volontari che si unirono a me lungo diversi tratti del percorso, contribuendo anche alla realizzazione di riprese video. La guida rappresentò di per sé un lavoro imponente: l’Alaska, da cui partii, è immensamente vasta, più grande del Texas, della California e di molti altri stati messi insieme. Giornate intere scorrevano su strade deserte, in territori remoti e quasi privi di centri abitati.
Un aspetto importante è che il progetto si svolse immediatamente prima dell’era dei social media: pochissime persone utilizzavano Facebook o Twitter e Instagram non esisteva ancora. Il blog era, quindi, l’unico mezzo per comunicare con il mondo esterno, e lo aggiornavo quotidianamente dagli internet café incontrati lungo il percorso.
Il funzionamento del viaggio era semplice ma metodico: a ogni nuova città, l’organizzazione ospitante – generalmente un’istituzione artistica con cui avevo già stabilito un contatto – preparava un evento pubblico su un tema legato al contesto locale. Il giorno successivo tenevo un workshop e invitavo i partecipanti a scrivere un discorso panamericano, un testo che interpretasse la loro città nel quadro più ampio delle Americhe. Quei discorsi venivano poi pubblicati sul blog, diventando parte dell’archivio vivo del progetto.
fig. 3 The School of Panamerican Unrest, van, 2006.
Courtesy Pablo Helguera
GL: Come cambiava la dinamica del progetto attraversando luoghi e geografie diverse? Hai osservato differenze o somiglianze tra le città visitate durante il viaggio?
PH: La dinamica cambiava a seconda dei luoghi, ma emergevano anche sorprendenti somiglianze.
Ad esempio, Vancouver fu la prima tappa dopo la partenza da Anchorage. Fummo ospitati dalla Helen Pitt Gallery, uno spazio gestito da artisti. La conversazione ruotava attorno al processo di gentrificazione che la città stava vivendo – Vancouver si stava infatti preparando per le Olimpiadi invernali – un processo che stava producendo fratture e cancellazioni nella scena artistica.
Negli Stati Uniti, in generale, essendo un paese ricco, potevo presentare il progetto in musei e organizzazioni artistiche dotati di risorse, dove le discussioni erano più teoriche e incentrate sul campo artistico. Tuttavia, una volta arrivato in Messico, la dinamica cambiò e le discussioni sulla geopolitica divennero molto più concrete [fig. 4].
La prima tappa fu Mexicali, una città nel nord del Messico, molto vicina al confine con gli Stati Uniti. È un centro importante dello Stato della Baja California, ma più tranquillo rispetto alla vicina Tijuana. Gli artisti locali parlarono non tanto del confine, quanto del fare arte nel deserto, dell’abitare un luogo che è, in un certo senso, in mezzo al nulla. Uno di loro disse: «Siamo gli incisivi dell’America Latina», e mi sembrò un’osservazione potente, perché è proprio lì che comincia l’America Latina.
Fu interessante notare che, col passare dei mesi, molte conversazioni mostravano sorprendenti somiglianze tra luoghi che apparentemente non avevano alcuna connessione geografica. Ad esempio, osservai parallelismi tra Anchorage e Mexicali, anche se distanti: alcuni artisti si percepivano come situati in un luogo e non-luogo allo stesso tempo, un contesto inevitabile per la loro pratica.
In modo analogo, una conversazione avuta a El Salvador trovava eco con un’altra avuta in Colombia: entrambe riguardavano le guerre civili locali e la difficoltà di fare arte in un contesto di conflitto. Alcune città soffrivano del cosiddetto “complesso della seconda città”: non essendo capitali, vivevano una costante sensazione di marginalità e mancanza di riconoscimento.
Attraverso queste discussioni, iniziai a vedere chiaramente che molti di quei luoghi non erano definiti soltanto dalle loro storie specifiche, ma anche dalla loro condizione contemporanea e dal modo in cui funzionavano le loro scene artistiche. Da questa prospettiva, sentivo di visitare una sorta di “Repubblica dell’arte contemporanea”, entrando in contatto con ambasciate di persone legate alla pratica artistica contemporanea. In sostanza, mi sono connesso a un tipo di conoscenza che non era necessariamente condivisa dalle comunità circostanti. Per esempio, a Mérida, nello Yucatán, osservai uno scontro tra la vecchia generazione di artisti tradizionali e quella più giovane, interessata a pratiche concettuali legate alle preferenze del mercato occidentale. La presenza della scuola rese possibile un dialogo entusiasmante su questo tema, che altrimenti probabilmente non sarebbe potuto avvenire.
In questo senso, la scuola divenne un catalizzatore per discussioni necessarie, ma fino a quel momento inesistenti. Credo sia stato uno degli aspetti migliori del progetto: l’idea di poter facilitare dibattiti fra individui. Non era un progetto volto a educare me o il pubblico sulle specificità del fare arte in un determinato luogo; si trattava, piuttosto, di imparare gli uni dagli altri e riflettere su temi condivisi da prospettive diverse.
La School of Panamerican Unrest è diventata, per me, un’opera cruciale per comprendere alcune delle complessità e delle sfide dell’arte socialmente impegnata in un periodo in cui ancora non esisteva un termine condiviso per descriverla o, comunque, non era largamente utilizzato dagli artisti. Mi ha offerto una consapevolezza profonda su come un metodo di interazione possa funzionare in contesti sociali e politici differenti: il processo si rivelò fondamentale per entrare dentro queste dinamiche, e mi fece capire il potenziale di realizzare opere con una qualità itinerante, che possono essere replicate o reinventate in luoghi diversi.
fig. 4 The School of Panamerican Unrest, installazione della scuola a San Salvador, 2006.
Courtesy Pablo Helguera
GL: Un’altra importante opera partecipativa è stato il progetto Ælia Media, che hai realizzato a Bologna nel 2011.12 Si trattava, ancora una volta, di un esperimento alter-istituzionale:13 un istituto nomade di giornalismo culturale e una stazione radio, ma anche un canale multimediale artistico online. Qual è stata l’origine del progetto? E in che modo dialogava con il clima sociopolitico dell’Italia di quegli anni?
PH: Il progetto è stato significativo per me perché mi ha permesso di fare ciò che considero essenziale nel mio lavoro: arrivare in un luogo nuovo, comprenderne la storia e produrre qualcosa che potesse risponderle criticamente.
Ælia Media fu selezionato come progetto vincitore del primo International Participatory Art Award, istituito dalla Regione Emilia-Romagna in un momento in cui il vocabolario attorno alle pratiche partecipative non era ancora pienamente consolidato. L’organizzazione riunì un eccellente team curatoriale, composto da Julia Draganović e Claudia Löffelholz, e una giuria altamente qualificata –Alfredo Jaar, Bert Theis, Luigi Benedetti e Rudolf Frieling, oltre a Draganović. Ebbi la fortuna di essere scelto.
Durante la fase di selezione venni invitato a Bologna per presentare la proposta e svolgere una prima ricerca sul campo. Non ero mai stato in quella città prima di allora e ne rimasi immediatamente affascinato: Bologna è non solo ricca di storia e culturalmente vivace, ma ospita anche la più antica università del mondo occidentale, fondata nel 1088.
Mi interessava inoltre approfondire la storia del movimento studentesco del 1977, che aveva avuto un ruolo fondamentale nella cultura politica italiana. Cercai quindi di rintracciare e intervistare alcuni ex studenti coinvolti in quelle mobilitazioni. Un altro elemento che catturò la mia attenzione fu l’impatto della crisi economica del 2008 sulla scena artistica locale: molti spazi e gallerie avevano chiuso, compreso Neon, uno dei centri indipendenti più importanti della città, fondato nel 1981.
Era un momento complesso per gli artisti: Bologna non possiede un’infrastruttura artistica paragonabile a quella di città come Londra, Parigi o Berlino. Le gallerie commerciali raramente riescono a stabilirsi e la scena indipendente, pur molto attiva, fatica a trovare continuità. Allo stesso tempo, la città produce un numero significativo di giovani artisti, formati all’università e all’Accademia di Belle Arti; tuttavia, molti di loro sono costretti a trasferirsi altrove per proseguire la propria carriera.
La domanda, per me, era dunque la seguente: come creare uno spazio in cui questi artisti possano lavorare, intervenire e contribuire alla vita culturale della città? La risposta la trovai nella storia delle radio e televisioni alternative nate a Bologna negli anni Settanta, in particolare Radio Alice, stazione radio indipendente nata nel 1976 e divenuta una delle piattaforme più significative della comunicazione politica giovanile dell’epoca.14
Da qui nacque Ælia Media. Il nome deriva da una celebre lastra marmorea conservata a Bologna, nota come “l’enigma di Ælia Laelia Crispis”, un’iscrizione di significato oscuro che, nei secoli, ha affascinato studiosi e visitatori – tra cui Ulisse Aldrovandi, Walter Scott, Gérard de Nerval e Carl Jung. Vidi in quell’enigma un parallelo con ciò che desideravo fare: costruire un processo dialogico capace di “decifrare” la città nella sua specificità contemporanea.
In quel periodo stavo leggendo Lo spettatore emancipato di Jacques Rancière, che propone l’idea dello spettatore come interprete attivo, non come destinatario passivo. Era un’idea che trovavo estremamente stimolante.15 Pensai, quindi, che avrei potuto creare uno spazio in cui gli artisti potessero assumere questo ruolo: diventare lettori e traduttori critici della città.
Fin dall’inizio ero consapevole di non essere bolognese né italiano: non potevo dunque arrogarmi alcuna autorità interpretativa. Per questo invitai gli artisti locali a diventare produttori radiofonici e a sviluppare programmi che riflettessero sulla città da prospettive interne.
Organizzai un corso estivo per giovani artisti provenienti da background multidisciplinari – teatro, musica, arti visive – finalizzato a insegnare loro come produrre programmi radiofonici. Al termine del corso, creammo una programmazione radiofonica in cui ciascun artista guidava una trasmissione dedicata a temi specifici: la storia del movimento del ’77, il femminismo, l’immigrazione, narrazioni marginali o poco note della città.
Decidemmo di lanciare il progetto all’interno delle trasmissioni in diretta di alcune radio alternative bolognesi – Radio Città Fujiko, Radio Città del Capo e Radio Kairos – inserendoci negli spazi liberi del palinsesto [figg. 5-6].
Il giorno del lancio fu particolarmente significativo, sebbene non per scelta: era l’ottobre 2011, lo stesso periodo in cui ebbe inizio il movimento Occupy Rome. Questo contribuì a creare un clima di grande intensità, e sviluppammo una programmazione ricca di discussioni e interviste. Parlammo con politici locali, con Franco “Bifo” Berardi – teorico, attivista ed ex membro di Radio Alice – e con Marina Abramović, che nel 1977 aveva presentato a Bologna Imponderabilia insieme a Ulay.
Uno degli aspetti più interessanti è che diversi partecipanti hanno continuato a lavorare in radio dopo la fine del progetto. In particolare, Fedra Boscaro e Stefano W. Pasquini hanno proseguito questa pratica, creando così un’eredità tangibile del progetto Ælia Media: aver offerto ad alcune persone l’opportunità di scoprire la radio come strumento per la propria ricerca artistica.
GL: Mentre lavoravi al progetto Ælia Media, hai anche scritto il saggio Education for Socially Engaged Art (2011),16 nel quale proponi una sorta di dizionario – o meglio, una cassetta degli attrezzi–per orientarsi nel campo delle pratiche socialmente impegnate (SEA). Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro? E, a più di dieci anni dalla sua pubblicazione, ritieni che vi siano oggi ulteriori fattori o dinamiche da considerare?
PH: Ho iniziato a scrivere questo libro nel 2010, quando fui invitato a tenere un corso semestrale sull’arte socialmente impegnata alla Portland State University, uno dei primi programmi di questo tipo negli Stati Uniti. Durante la preparazione del corso mi accorsi che mancavano manuali capaci di spiegare in modo pratico che cosa significhi lavorare con l’arte socialmente impegnata. Esistevano testi teorici importanti – penso a Claire Bishop, Grant Kester o Tom Finkelpearl – ma non erano pensati per un pubblico di studenti d’arte o per chi stava iniziando a confrontarsi con queste pratiche sul campo.17
Volevo creare un manuale per persone come me, che incontravano gli stessi problemi che avevo affrontato io nei miei progetti, sia a Bologna sia durante The School of Panamerican Unrest. Allo stesso tempo vedevo che molti artisti realizzavano opere definite come “socialmente impegnate” dal mondo dell’arte, ma che, a mio avviso, non lo erano affatto: spesso si trattava di interventi superficiali, che si dichiaravano partecipativi senza però stabilire una reale collaborazione o uno scambio autentico. Avevo inizialmente la tentazione di scrivere contro queste pratiche, ma presto capii che sarebbe stato poco produttivo. Preferii, allora, elaborare uno strumento capace di sostenere ciò che considero buone pratiche nell’ambito dell’arte socialmente impegnata – ed è così che nacque il libro.
In quello stesso periodo, il curatore José Roca mi invitò a diventare curatore pedagogico della Biennal do Mercosul. Si trattò di un’occasione insolita e stimolante per ripensare l’educazione all’interno del contesto di una biennale, che per sua natura è transitorio, basato sull’evento ed effimero. Questa caratteristica rappresenta una sfida per un lavoro fondato sulla costruzione di relazioni. Per un anno viaggiai incessantemente tra New York, Bologna e Porto Alegre, e il confronto continuo tra questi contesti diversi mi aiutò a mettere a fuoco le questioni che ritenevo fondamentali per un manuale rivolto a chi opera nell’ambito delle pratiche socialmente impegnate.
Il libro nacque, dunque, da un intreccio di esperienze sul campo e riflessioni più generali su ciò che definisce una pratica socialmente impegnata. Molti dei temi affrontati allora rimangono oggi centrali: innanzitutto la distinzione tra socially engaged art e social practice. Alcuni preferiscono evitare il termine “arte” e parlare solo di social practice, ma per me era importante ribadire che operiamo comunque all’interno del campo artistico e che le opere devono mantenere un dialogo con esso.
Un’altra distinzione fondamentale riguarda la differenza tra pratica simbolica e pratica reale.18 Raffigurare una scuola non è la stessa cosa che crearne una; simulare la partecipazione non equivale a costruire un processo collaborativo effettivo. Per me, è il “fare reale” ciò che definisce una vera pratica d’interazione sociale: non si tratta di rappresentare un’altra realtà, ma di produrla. È un gesto analogo all’abbattimento della quarta parete nelle arti performative: un punto in cui la distanza tra spettatore e opera si annulla e i due elementi diventano parte dello stesso processo.
I musei faticano ancora oggi a riconoscere pienamente questa dimensione, perché sono istituzioni costruite su una quarta parete simbolica: quella della Storia dell’arte. È anche per questo che risulta complesso per loro accogliere pratiche che si fondano sull’attivazione diretta di relazioni e processi sociali.
GL: Nella pubblicazione introduci il concetto di “transpedagogia”, una nozione che sviluppi a partire dagli anni Duemila per descrivere «progetti di artisti e collettivi che fondono processi educativi e creazione artistica in opere che offrono un’esperienza pedagogica chiaramente diversa rispetto a quella proposta da accademie d’arte tradizionali o dall’educazione artistica formale».19 Negli ultimi anni assistiamo a una proliferazione di piattaforme educative guidate da artisti, curatori e operatori culturali. Come interpreti questo fenomeno? Quali ritieni siano i limiti e le possibilità di questi progetti?
PH: Mentre lavoravo al libro, notavo come l’educazione fosse diventata un tema di crescente interesse per artisti, curatori e istituzioni. Intorno al 2008 emerse il termine pedagogical turn nella curatela: un tentativo di integrare la pedagogia nelle pratiche espositive per generare forme di conoscenza più articolate all’interno delle mostre.20 Tuttavia, questo approccio era portato avanti prevalentemente da curatori, e ciò finiva per produrre una visione dell’educazione ancora molto accademica ed elitaria, più vicina a un dispositivo espositivo che a un vero coinvolgimento del pubblico. Questa impostazione, per me, era problematica.
Parallelamente, molti artisti iniziavano a interessarsi alla pedagogia, sviluppando progetti che si dichiaravano educativi. Tuttavia, come ho già osservato, spesso tali progetti si limitavano a rappresentare o mettere in scena l’educazione, senza realmente praticarla. In molti casi proponevano una versione idealizzata dell’attività educativa, alimentando un certo romanticismo legato all’idea che la pedagogia sia, di per sé, uno strumento di liberazione o trasformazione. Come educatore, percepivo chiaramente questa idealizzazione e la distanza tra la retorica e la pratica reale.
Nel 2009 organizzai al MoMA un simposio intitolato Transpedagogy, in cui proposi l’idea che, per analizzare criticamente le opere che impiegano l’educazione, occorra considerarle simultaneamente come pratiche artistiche e come pratiche educative.21 Una dimensione non sostituisce l’altra: entrambe devono funzionare in modo integrato. Invitai artisti e studiosi a riflettere sul ruolo dell’educazione nel loro lavoro, e fu da quel confronto che emerse più chiaramente il concetto di “transpedagogia”.
GL: Molti dei tuoi progetti artistici si sono svolti in contesti pubblici, e nella tua rubrica settimanale Beautiful Eccentrics hai scritto più volte di arte pubblica.22 Nell’articolo “La Plaza and the Occupied Place” rifletti, ad esempio, su come praticare metodi di trasformazione collettiva dello spazio urbano attraverso differenti casi: dalla plaza messicana a un’aula in una scuola di Reggio Emilia, fino allo spazio emerso a Zuccotti Park durante Occupy Wall Street. In quel testo sottolinei anche il ruolo che l’artista – o l’artista-architetto – può svolgere nella costruzione dei beni comuni. In che modo l’arte può contribuire alla creazione di spazi pubblici? E come può articolare una contro-narrazione rispetto al quadro neoliberale dominante?
PH: È interessante osservare la storia dell’arte pubblica e capire come l’arte socialmente impegnata si sia collocata all’interno di questa tradizione. L’arte pubblica è sempre esistita e, oltre all’accessibilità, la sua caratteristica principale è la permanenza: basti pensare alle sculture installate nello spazio urbano, concepite per durare nel tempo. Le pratiche socialmente impegnate, invece, possiedono una natura profondamente effimera: sono basate sull’azione, sulla discussione, sull’esperienza condivisa. Non hanno l’aspirazione alla durata materiale di un monumento.
D’altro canto, credo che l’arte socialmente impegnata produca una forma diversa di eredità non fisica, ma che permane nella memoria: un lascito che persiste nelle pratiche, nelle comunità e nelle generazioni successive.
Per esempio, negli anni Settanta gli spazi d’arte alternativi di New York – come White Columns o Artists Space – rappresentavano un’alternativa al sistema museale. Con il tempo, tuttavia, sono diventati essi stessi istituzioni. In un testo del 2010, Alternative Time and Instant Audience, mi chiedevo: se White Columns fu la risposta negli anni Settanta, quale spazio alternativo possiamo immaginare oggi?23 Per cercare una possibile risposta, ho iniziato a esplorare l’idea del public program come forma di spazio alternativo alla scuola e al museo. Lo spazio dialogico ed esperienziale, infatti, condivide con l’arte pubblica l’accessibilità e l’apertura al pubblico, ma non ne possiede la permanenza: ha una durata limitata, una scadenza. Ho cercato di sostenere che noi, come artisti, possiamo determinare la temporalità dell’opera, e che questa temporalità ridotta può essere di per sé significativa.
Ho sempre avuto grande ammirazione per i progetti concepiti per esistere solo per un numero finito di anni – come molti spazi indipendenti o public program – proprio perché sono spontanei, situazionali ed effimeri. Ritengo che questa dimensione di impermanenza sia cruciale e debba essere maggiormente riconosciuta e valorizzata nella produzione di arte pubblica contemporanea.
GL: Durante il periodo della pandemia hai lasciato il MoMA per assumere una posizione full-time alla New School: come è cambiato, in questo passaggio, il tuo ruolo di artista/educatore? In che modo il contesto universitario differisce da quello museale nel modo in cui concepisci e pratichi la relazione tra arte ed educazione?
PH: Per molti anni ho dedicato le mie energie ad aiutare pubblici diversi a comprendere come funzionasse il processo artistico, lavorando all’interno di dipartimenti educativi museali e sviluppando programmi capaci di mettere in relazione la pratica artistica con il coinvolgimento del pubblico. Con il tempo, tuttavia, i miei interessi si sono orientati in modo più specifico verso la pratica artistica professionale — o, più precisamente, verso il sostegno agli artisti emergenti nella comprensione e nello sviluppo dei propri processi. Ho capito che questo livello di concentrazione era difficile da mantenere nel contesto museale, dove è necessario rivolgersi a un pubblico ampio e diversificato. Avevo bisogno di un contesto più focalizzato, sia per me sia per coloro che, come me, considerano la pratica artistica una professione.
Credo che la mia esperienza nel coinvolgimento di pubblici ampi resti fondamentale per questo lavoro. Mi ha dato una particolare sensibilità rispetto a come i fruitori incontrano e interpretano l’arte — una consapevolezza che oggi porto nell’insegnamento universitario. Nel contesto dell’istruzione superiore, lavoro con gli artisti per affinare i loro processi e, al tempo stesso, per sviluppare una maggiore consapevolezza delle modalità con cui il loro lavoro è interpretato e di come il significato emerga nello scambio con il pubblico.
fig. 5 Ælia Media, trasmissione dalla piazza, Bologna, 2011. Courtesy Pablo Helguera
fig. 6 Ælia Media, il team di produzione di Ælia Media, Bologna, 2011. Courtesy Pablo Helguera
Note
1. Claire Bishop, Artificial Hells: Participatory Art and the Politics of Spectatorship, Verso, London, 2012, in particolare il capitolo Pedagogic Projects: ‘How do you bring a classroom to life as if it were a work of art?’, pp. 241-274.
2. Si vedano, in relazione alla storia culturale e alla memoria sociale, progetti come The School of Panamerican Unrest (2006), che attraversa il continente americano attivando una riflessione critica sulle identità e sulle narrazioni storiche panamericane; per quanto riguarda la sociolinguistica e le dinamiche linguistiche nello spazio urbano, Librería Donceles (2013–), libreria temporanea di pubblicazioni in lingua spagnola installata in diverse città statunitensi, che indaga le relazioni tra lingua, migrazione e accesso alla cultura; per l’etnografia urbana e le pratiche partecipative, Ælia Media (2011), progetto sviluppato a Bologna attraverso interviste, scambi e attivazioni con comunità locali; infine, per la dimensione della pedagogia radicale, si veda il volume Education for Socially Engaged Art: A Materials and Techniques Handbook (2011), che sistematizza metodologie educative alternative all’interno della pratica artistica. Tutti i progetti sono documentati sul sito web dell’artista: <www.pablohelguera.net> (04/26).
3. Con “paradigma neoliberale” si intende qui un insieme di logiche e dispositivi che operano trasversalmente tra il campo educativo, il sistema dell’arte e il più ampio contesto economico-culturale, evidenziando l’interconnessione tra questi ambiti piuttosto che il riferimento a un singolo livello.
4. Helguera ha conseguito un Bachelor of Fine Arts (BFA) nel 1993 presso la School of the Art Institute of Chicago (SAIC), uno dei principali istituti d’arte negli Stati Uniti. Il BFA è un titolo undergraduate orientato alla pratica artistica, equivalente a una laurea triennale. Nel sistema statunitense, le scuole d’arte sono integrate nell’higher education e rilasciano titoli accademici, spesso all’interno di istituzioni indipendenti. A differenza del contesto italiano – storicamente separato tra università e Accademie di Belle Arti, oggi parte del sistema AFAM – il modello statunitense si caratterizza anche per un forte investimento economico da parte degli studenti, con costi di iscrizione generalmente elevati.
5. Lawrence Weschler, Mr. Wilson’s Cabinet of Wonder, Pantheon, New York, 1995.
6. Gerald Raunig e Gene Ray (a cura di), Art and Contemporary Critical Practice: Reinventing Institutional Critique, Mayfly Books, London, 2009.
7. Nicolas Bourriaud, Relational Aesthetics, Les Presses du Réel, Dijon, 1998.
8. The Museum as Medium, descrizione del progetto sul sito di Pablo Helguera: <http://pablohelguera.net/2002/04/the-museum-as-medium-2002/> (11/25).
9. Instituto de la Telenovela, descrizione del progetto sul sito di Pablo Helguera: <http://pablohelguera.net/2002/05/instituto-de-la-telenovela-soap-opera-institute/> (11/25). L’Instituto de la Telenovela è stato presentato e attivato in diversi contesti internazionali tra i primi anni Duemila, tra cui l’VIII Biennale dell’Avana (2003), l’HDLU – Croatian Association of Artists di Zagabria (2005) e successive presentazioni in gallerie e spazi espositivi londinesi. In ciascuna sede, il progetto ha assunto la forma di un’istituzione educativa temporanea. Vedi: <www.pablohelguera.net> (04/26).
10. The School of Panamerican Unrest, descrizione del progetto sul sito di Pablo Helguera: <https://pablohelguera.squarespace.com/#/the-school-of-panamerican-unrest-la-escuela-panamericana-del-desasosiego> (11/25).
11. Ezequiel Padilla, “The Meaning of Pan-Americanism”, Foreign Affairs, vol. 32, n. 2, gennaio 1954, pp. 270-281.
12. Per approfondimenti, vedere: Appendice “Aelia Media”, in Pablo Helguera, Educazione per l’arte socialmente impegnata (ed. it.), Postmedia Books, Milano, 2023, pp. 81-94.
13. Marco Baravalle, “Alteristituzioni e arte”, OperaViva Magazine, <https://operavivamagazine.org/alteristituzioni-e-arte/> (11/25).
14. Per approfondimenti: Raffaello A. Doro, In onda: l’Italia dalle radio libere ai network nazionali (1970-1990), Viella Editrice, Roma, 2017.
15. Jacques Rancière, The Emancipated Spectator, Verso, London, 2009.
16. Pablo Helguera, Education for Socially Engaged Art, Jorge Pinto Books, New York, 2011.
17. Grant Kester, Conversation Pieces: Community and Communication in Modern Art, University of California Press, Berkeley, 2004; Bishop, Artificial Hells, 2012; Tom Finkelpearl, Dialogues in Public Art, MIT Press, Cambridge (MA), 2001.
18. Helguera, Education for Socially Engaged Art, 2011, pp. 5-8.
19. Ivi, pp. 77-81.
20. Concettualizzato da diversi studiosi e operatori culturali, come Irit Rogoff (2008) e, successivamente, Paul O’Neill e Mick Wilson (2010), l’educational turn descrive una tendenza dell’arte contemporanea che ha visto l’emergere di nuove forme e strutture educative, nonché di metodi e programmi all’interno di pratiche curatoriali e artistiche. Le iniziative ad esso collegate ruotano generalmente attorno alle nozioni di educazione, ricerca artistica e curatoriale, acquisizione, produzione e diffusione della conoscenza. L’accento non è posto sull’opera d’arte come oggetto, ma sul suo processo e sull’impiego di metodi pedagogici e tecniche discorsive sia all’interno che all’esterno dei contesti espositivi. Vedi: Irit Rogoff, “Turning”, e-flux journal, n. 0, 2008; Paul O’Neill e Mick Wilson (a cura di), Curating and the Educational Turn, Open Editions, Amsterdam, 2010.
21. Pablo Helguera, “Transpedagogy: Contemporary Art and the Vehicles of Education”, conferenza, Museum of Modern Art, New York, 15 maggio 2009.
22. Pablo Helguera, “Beautiful Eccentrics”, rubrica settimanale, <http://pablohelguera.net/category/beautiful-eccentrics/> (11/25).
23. Pablo Helguera, “Alternative Time and Instant Audience” (2010), <http://pablohelguera.net/2013/02/alternative-time-and-instant-audience-2010/> (11/25).





