Materiali e testimonianze
DEL MODO DI NARRARE L’ARTE IN ACCADEMIA
Marco Rinaldi
Abstract Based on the author’s personal experience, this contribution attempts to demonstrate the uniqueness of historical-artistic narration in academies and universities.
Two courses held in parallel in both institutions, one on the “editing of images” and another on the relationship between “writing and image”, proved to be highly stimulating both for students who will be working on a theoretical level and for those who will be embarking on artistic research.
Keywords Accademia / Academia; Università / University; Montaggio / Editing; Scrittura / Writing; Immagine / Image
Marco Rinaldi, PhD, è professore di I fascia di Storia dell’Arte Contemporanea e Storia del Design presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. In precedenza, la sua carriera didattica si è sviluppata in parallelo in ambito universitario (professore a contratto presso l’Università “L’Orientale” di Napoli e la Scuola di Specializzazione dell’Università di Siena) e nelle Accademie di Belle Arti di Sassari e Napoli. La sua ricerca si è concentrata su temi come l’iconografia del primo astrattismo, la neoavanguardia, il rapporto “scrittura/immagine” e la storia degli allestimenti espositivi. È consulente scientifico dell’Archivio Gastone Novelli, di cui ha co-curato il catalogo generale e curato le mostre al Museo del Novecento di Milano, alle Gallerie d’Italia di Napoli e al MAC-USP di São Paulo. È attivo in incarichi accademici e istituzionali, tra cui l’esperienza come Project Leader per il progetto europeo EU4ART e come esperto di valutazione ANVUR. Redattore della rivista Zeusi, affianca l’attività di ricerca e didattica con la produzione artistica e autoriale nel campo della fotografia.
Come citare l’articolo
Marco Rinaldi, “Del modo di narrare l’arte in accademia”, in Raffaele Bedarida (a cura di), We Don’t Need No Education. L’educazione dell’artista e per l’artista dal dopoguerra a oggi, numero monografico di Senzacornice Journal. Studi sul sistema dell’arte contemporanea, seconda serie, II, settembre 2026, pp. 216-224, <https://www.senzacornice.org/portfolio-articoli/rinaldi/>
Una ventina di anni fa, quando tentai per la prima volta un concorso per professore associato – senza ambizioni di vincerlo – l’allora presidente di commissione, il compianto Luciano Caramel, accoglieva, con identica e indifferente affabilità, soprattutto i candidati che non conosceva, come me. Incoraggiava tutti a partecipare sempre ai concorsi universitari per farsi conoscere e faceva alcune domande sulla loro provenienza. A me chiese cosa facessi: all’epoca insegnavo già da tempo nelle Accademie di Belle Arti e in quel periodo ero entrato di ruolo già da un po’ di anni in quella di Napoli. Caramel ricordava che anche lui aveva iniziato la sua carriera passando per le Accademie, prima di approdare all’Università – come del resto è accaduto per diversi grandi nomi della storiografia artistica italiana –, ma sottolineava come ci fosse una grande differenza nell’insegnare la Storia dell’arte nelle Accademie e nelle Università. In quel momento, non avendo mai riflettuto su questo argomento, assecondai la sua affermazione.
Solo molto tempo dopo, avendo insegnato anche come contrattista all’Università “L’Orientale” di Napoli e a quella di Siena, mi resi conto dell’infondatezza di tale affermazione. Proprio i corsi di Storia dell’arte contemporanea che tenevo parallelamente all’Accademia e nell’ateneo partenopeo erano gli stessi. Ed è allora che mi chiesi: ci sono metodi diversi di insegnare la Storia dell’arte in queste due istituzioni? O forse la Storia dell’arte è una sola?
A questo punto la differenza la fa il corso all’interno del quale è inserito l’insegnamento di Storia dell’arte. La lunga esperienza in Accademia, unitamente a quella più circoscritta avuta insegnando in un corso (poi chiuso) dell’“Orientale” a Napoli, denominato “Produzione multimediale: Arte Teatro Cinema”, entrambi ambiti di studio con approcci teorico-laboratoriali, il primo, e teorici, il secondo, a carattere multidisciplinare, mi ha consentito di mettere a punto programmi i cui temi di approfondimento investivano non solo le arti visive, ma anche altri ambiti creativi.
In realtà, questo approccio interdisciplinare, forse per una connaturata vocazione proveniente dalla formazione scolastica e dal contesto degli anni Settanta, ha caratterizzato fin dagli inizi la mia metodologia, con sconfinamenti in ambito letterario e musicale, per esempio, in un tentativo di rintracciare possibili sintonie tra determinate poetiche artistiche e altri media espressivi contemporanei. Così si sono rivelati particolarmente idonei e stimolanti due temi come quello del “montaggio delle immagini” e del rapporto “scrittura/immagine”.
Il primo prendeva spunto dal particolare potere evocativo delle immagini, che le sottopone a continui processi di contaminazione e trasmigrazione e che Aby Warburg aveva colto nel suo progetto per un Atlante della memoria. Facilmente questo processo conduce a una pratica di prelievo di immagini altrui e al loro riutilizzo in un dialogo con le proprie. Ben prima della nascita del collage cubista, già Paul Gauguin aveva fatto ricorso a questa pratica nei due manoscritti Noa Noa e Diverses Choses, composti tra il 1896 e il 1901, con una connotazione fortemente diaristica e autobiografica.1 Ma sicuramente, dopo l’artificio dei papiers collés di Georges Braque, sarà la Natura morta con sedia impagliata di Pablo Picasso a spostare immediatamente il collage dal piano meramente tecnico a quello di un’attitudine all’appropriazione di immagini e oggetti messi a disposizione da quel grande catalogo che è il mondo. Il corso voleva far emergere come quel primo collage avesse aperto la strada a una tecnica di montaggio che immediatamente si estendeva alle tre dimensioni, trasformando la scultura in costruzione e oggetto, declinando verso l’assemblage ambientale con il Merzbau di Kurt Schwitters, work in progress che stava assumendo già il carattere di un archivio della memoria, per giungere a un’appropriazione tout court come nel caso dei ready-made duchampiani. Ma, in realtà, c’era dell’altro: il prelievo e la giustapposizione di materie differenti si propagavano alla contaminazione di materiali linguistici differenti, come stavano dimostrando i collage futuristi, dadaisti e surrealisti, e la struttura narrativa, anche quando era affidata a mezzi pittorici tradizionali, si stava frantumando attraverso l’applicazione di una tecnica di montaggio paratattica e associativa, ben evidente nei dipinti metafisici di Giorgio de Chirico e nelle composizioni transrazionali di Kazimir Malevič. Nella stessa direzione si stava avviando anche il fotomontaggio, con declinazioni più spiccatamente politiche e propagandistiche attraverso la manipolazione del presunto valore di verità dell’immagine fotografica.2
Fin qui la traccia del corso si muoveva ancora all’interno delle arti visive. Quello che invece si rivelava più interessante e stimolante per gli studenti era condurli a individuare meccanismi analoghi alla pratica del collage e all’attitudine al montaggio in altre forme d’espressione come la letteratura, il cinema, la musica.
Un esempio letterario era tratto dall’Ulisse di James Joyce, in particolare il capitolo “Eolo” Il Giornale, composto da tanti microepisodi che assomigliano a trafiletti di giornale e annunci e di cui si fa fatica a rintracciare un filo narrativo.3 In campo musicale, gli esempi scelti erano il Quadro I – La fiera della settimana grassa dal balletto Petruška di Igor Stravinskij, in cui l’attitudine al collage del compositore russo emerge nella sapiente capacità di sovrapporre ritmi e tonalità, ma anche nella combinazione tra stili e generi musicali differenti e nel prelievo effettuato da melodie della musica popolare, e Parade di Erik Satie, dove più esplicito risulta il montaggio tra materiali sonori estremamente diversi come il ticchettio della macchina per scrivere e gli spari del revolver. Nel cinema d’avanguardia degli anni Venti questo procedimento è ancora più evidente, soprattutto per la naturale vocazione di questo medium al montaggio; e gli esempi sono numerosi: da Entr’Acte di René Clair al Ballet mécanique di Fernand Léger, da Anémic Cinéma di Marcel Duchamp a Un chien andalou di Luis Buñuel, fino a quella sorta di metafilm, vero e proprio manifesto del collage e del montaggio cinematografico, costituito da L’uomo con la macchina da presa di Dziga Vertov, per citarne alcuni.
Questa modalità di sconfinamento riusciva particolarmente funzionale sul piano didattico, in quanto spezzava la monotonia che una lezione meramente frontale può causare, mentre al contrario apriva alla discussione e al coinvolgimento degli studenti. L’idea era quella di incoraggiare gli studenti all’individuazione di connessioni e interferenze tra differenti ambiti creativi e, data la presenza di allievi provenienti da diversi corsi di studio quali pittura, scultura, decorazione, scenografia, design, fotografia, cinema, video o arti multimediali, spingerli a riflettere sui propri ambiti di ricerca e su possibili parallelismi che potessero essere utili a una sorta di progettualità artistica espansa.
Il corso poi volgeva lo sguardo al secondo Novecento, quando il montaggio delle immagini non solo condurrà a ulteriori sviluppi ben evidenti nelle poetiche New Dada e Pop, ma si riverserà su nuove espressioni artistiche fondate esclusivamente sullo sconfinamento e sulla contaminazione intercodice, producendo esiti quali l’arte ambientale, l’happening, la performance e il dichiarato intento di entrare prepotentemente nella vita reale come sfera esistenziale dell’individuo o dimensione politica collettiva. Così questa estensione radicale del collage cubista si potrà apprezzare negli ambienti spaziali di Lucio Fontana, nelle performance del Gruppo Gutai, in quel primo Untitled Event di John Cage, negli happening di Allan Kaprow, negli assemblage di Robert Rauschenberg, nei vari sviluppi dell’environment, fino all’appropriazione estetica del mondo con quella grande “base magica” che è Socle du monde di Piero Manzoni e le sperimentazioni multimediali costituite dalle azioni scenico-musicali dei primi anni Sessanta come Intolleranza 1960 e Collage 1961. Questi ultimi due esempi costituiscono il tentativo di restituire quell’enorme flusso visivo e sonoro della società contemporanea, tentativo che troverà la sua declinazione critica nel celebre Caleidoscopio della Triennale del 1964 e nei due contributi filmici di un giovane Tinto Brass.4
Il collage ora non riguarda più il montaggio e la contaminazione di materiali differenti, ma di media differenti e di cultura alta e bassa. In questo senso, il cinema fornisce ulteriori esempi e ancora una volta, come negli anni Venti, in prima linea sarà il cinema dei pittori a tracciare questa strada: i film di Gianfranco Baruchello, di Mario Schifano, di Luca Maria Patella, ma anche dell’unico film di Gastone Novelli e, poco dopo, i primi film di Paolo Gioli, si orientano su questa linea di un montaggio volutamente caotico, promiscuo, dove pellicole di recupero e filmati televisivi creano continui cortocircuiti.5
L’ultima tappa sarà costituita dall’irruzione della politica nell’arte, quando la prima entrerà drasticamente nella sfera estetica con uno sconfinamento in diretta: gli slogan del Maggio francese, prima dettati e poi trascritti da Nanni Balestrini, diventano I muri della Sorbona, un’estemporanea performance messa in atto al Teatro delle mostre nel 1968 alla Galleria La Tartaruga di Roma.
Il corso si fermava a questa data, anche perché sarebbe stato impraticabile estenderlo fino alla contemporaneità per la sterminata fenomenologia che questo taglio di lettura avrebbe comportato. C’era, però, un’ultima considerazione da fare. Proprio alla metà degli anni Sessanta veniva pubblicato un libretto che raccoglieva vari saggi redatti tra il 1923 e il 1965 da Louis Aragon e dal titolo particolarmente significativo: Les collages [fig. 1]. L’uso del plurale sembra proprio insistere sulla molteplicità d’uso di questa pratica, ipotesi poi confermata dal contenuto dei saggi, dedicati di volta in volta a Max Ernst, a Braque e Picasso, al fotomontaggio di John Heartfield, a Adolf Hoffmeister, ma soprattutto al collage nel romanzo e nel film.6 Quindi, se da una parte l’apparizione del libro – peraltro mai tradotto in italiano – poteva sembrare datata nell’analisi di una pratica artistica ormai consolidata, la sua apertura plurale lo ricollocava in perfetta sintonia coi tempi, anche per le analisi condotte su fenomeni recentissimi come il cinema di Jean-Luc Godard.
fig. 1 Copertina del libro di Louis Aragon, Les collages, Hermann, Paris, 1965
L’altro argomento di corso che si è rivelato particolarmente interessante affrontare, sempre improntato da un approccio interdisciplinare, è stato il rapporto tra scrittura e immagine, inteso come attraversamenti del linguaggio tra arte e letteratura nel Novecento. Il dato di partenza è la presa d’atto che, nel corso di quel secolo, scrittura e immagine, ma anche arte e letteratura, entrano frequentemente in gioco nella realizzazione dell’opera, tentando di ricomporre in qualche misura lo iato che si era creato tra segno alfabetico e segno iconico.
A partire dal Coup de dès di Mallarmé, considerato il primo poema-oggetto, si sviluppa una storia di transiti e interferenze tra parola scritta e immagine dipinta che, passando per le esperienze delle avanguardie storiche, si amplia nel corso del Novecento per giungere a esiti dalle molteplici declinazioni che investono anche la contemporaneità.
Il corso intendeva mettere in luce come l’organizzazione visiva e musicale delle parole nell’ultimo poema di Mallarmé aprisse la strada a un uso di esse come presenza plastica, ma anche sonora. Saranno sicuramente poeti come Filippo Tommaso Marinetti, Guillaume Apollinaire e Tristan Tzara a sfruttare queste potenzialità, ma i risultati più interessanti e radicali si potranno apprezzare nelle opere dei pittori che introdurranno le lettere e le parole nel quadro, di volta in volta come scomposizione oggettuale di giornali e scritte (come i cubisti), in funzione sinestetica (come i futuristi, che ne enfatizzeranno la valenza comunicativa e la trasmetteranno alla grafica costruttivista), ma anche come testi che creano strani cortocircuiti con le immagini, dai calembour di Duchamp ai nonsense dadaisti, passando per la finzione dei Poemi ottici di Man Ray e le false didascalie delle analisi linguistiche di René Magritte. Sarà tuttavia Paul Klee il primo a incastonare saldamente il verso poetico alla materia pittorica e al colore, riunendolo all’immagine e ricongiungendo il ductus della scrittura all’intimo mondo della pittura. Klee riconosce che la scrittura e la figura hanno la stessa origine, che la storia le ha separate per creare alfabeti e immagini, narrazioni scritte e dipinte, e che invece ora si ricompongono per ritrovare quell’unica matrice della creazione artistica che è la poiesis.
Nel secondo Novecento, le contaminazioni verbovisuali attraversano le esperienze della poesia concreta, del lettrismo, dell’informale segnico, del Gruppo 63, della Pop Art, della poesia visiva, interessando anche Fluxus e l’Arte concettuale, fino ad alcuni esiti dell’Arte Povera per giungere, infine, alle scritte urbane di Jenny Holzer e alle parole plasmate con una materia luminosa come il neon da artisti di svariate tendenze e generazioni, quali Bruce Nauman, Tracey Emin, Maurizio Nannucci, Olivo Barbieri, Vedovamazzei, per citarne alcuni.7
In mezzo si incontra una figura più isolata forse, ma che più coerentemente porta a termine la lezione di Klee, amalgamando in modo definitivo la scrittura e l’immagine: quella di Gastone Novelli, che se in parte può essere assimilato a certi esiti degli anni Sessanta di Cy Twombly e di Georges Noël, trova sicuramente maggior sintonia con quella di un poeta come Alfredo Giuliani e, ancor più, con quella di uno scrittore come Claude Simon, in uno scambio di suggestioni reciproche che per quest’ultimo si protrarrà anche molto tempo dopo la morte dell’artista.8
La capacità di Novelli di cogliere tempestivamente le trasformazioni della società contemporanea e di intercettare le declinazioni ideologiche del linguaggio, lo conduce a utilizzare anche il fumetto come espressione estetica della cultura di massa ormai riscattata dalla contrapposizione tra highbrow e lowbrow (espressione che pochi anni dopo interesserà anche uno scrittore, nonché pittore, del calibro di Dino Buzzati), come anche la semplificazione e riduzione a slogan sul modello delle forme di comunicazione della rivoluzione culturale cinese, che prevale nei suoi ultimi lavori e che in parte viene utilizzata anche da artisti come Mario Schifano e Mario Merz.9
Negli anni Settanta Susan Sontag affermerà che «se la pittura è diventata sempre più concettuale, la poesia (a partire da Apollinaire, Eliot, Pound e William Carlos Williams) si è sempre più definita come attività interessata al visivo»;10 ma in realtà già nel 1963 il direttore della Staatliche Kunsthalle di Baden-Baden aveva concepito una mostra dal significativo titolo Schrift und Bild (Schrift en Beeld / Art and writing / L’art et l’écriture / Schrift und Bild [fig. 2], che attraverso un percorso non lineare, tentava di riallacciare le più recenti tendenze verbovisuali non solo alle esperienze delle avanguardie storiche, ma aveva anche l’ambizione di connetterle alle fonti antiche, alla miniatura medioevale, alle cinquecentine e alla calligrafia orientale e islamica. Fra nomi storici, calligrafi arabi e giapponesi e oltre un centinaio di artisti nati fra gli anni Dieci e Trenta, la mostra si presentava davvero imponente nel proporre una complessa e variegata costellazione di opere che ricorrevano frequentemente alla contaminazione e combinazione di parola e immagine. Si tratta del primo tentativo di storicizzazione – ma aperto e flessibile – di una ricerca artistica che investe più piani comunicativi, anche se non sempre tuttavia le scelte critiche di Mahlow risultano comprensibili. Per esempio, i Lettristi, che riconosce essere stati i primi dopo la guerra a evidenziare la relazione tra pittura, scrittura e linguaggio, vengono curiosamente lasciati fuori – a parte una debole rappresentanza ultralettrista –, anche se poi in mostra figurano gli eredi situazionisti Karel Appel, Asger Jorn e Guy-Ernest Debord. E tra le varie problematiche lasciate aperte dal critico tedesco c’è l’interrogativo su chi sia stato il primo a introdurre la scrittura nella pittura: «Picasso, Braque o i Nabis?».11
Che l’argomento fosse nell’aria in quei primi anni Sessanta, come asserito dallo stesso Mahlow, è indubbio; e la mostra, al di là di una certa disorganicità, ha svolto l’importante funzione di tracciare una linea storiografica che vedeva nel Coup de dès la matrice di una ricerca contemporanea che ha avuto in Klee il suo fulcro più intimo e lirico. Tuttavia, questa pionieristica esposizione e il suo prezioso catalogo sono stati a lungo dimenticati dalla storiografia successiva, ma più in generale forse è stata dimenticata un’idea allargata di verbovisualità, privilegiando poche tendenze o gruppi forse più facilmente riconoscibili come la poesia concreta o la poesia visiva.12
Per una ricognizione più ampia e sufficientemente esaustiva bisognerà, probabilmente, attendere la mostra La parola nell’arte, allestita nel 2007 al Mart di Rovereto, che già nel titolo mette in evidenza il ruolo della scrittura in molte poetiche dell’arte contemporanea.13
fig. 2 Josua Reichert, Sator, 1963, copertina del catalogo della mostra Schrift en Beeld / Art and writing / L’art et l’écriture / Schrift und Bild (Amsterdam, Stedelijk Museum, 3 maggio – 10 giugno 1963; Baden-Baden, Staatlichen Kunsthalle, 15 giugno – 4 agosto 1963), Carl Schütte & C. Behling-Wilhelm Riegger-Stedelijk Museum, Berlin-Karlsruhe-Amsterdam, 1963
Questi due corsi, unitamente alla pur frammentata bibliografia fornita come supporto ai temi affrontati non solo attraverso l’analisi delle immagini e le connessioni con altri media quali il cinema e la letteratura, ma anche con il coinvolgimento diretto degli studenti in discussioni che tentavano di porre stimoli e ottenere feedback relativamente ai loro percorsi di ricerca artistica, si rivelavano con il tempo come processi in divenire, continuamente aggiornabili e modificabili, in quanto confronti e scambi di idee fornivano anche a me nuove intuizioni e nuove prospettive di lettura di questi temi. Agli studenti veniva chiesto di approfondire alcuni temi a loro scelta, anche e preferibilmente non discussi durante le lezioni, ma collegati al programma affrontato, da sviluppare attraverso presentazioni in classe. Mentre cedevo temporaneamente loro la cattedra e mi sedevo dall’altra parte, spesso imparando da loro e percependo le loro sensibilità e i loro interessi, emergevano possibili integrazioni al corso e intuizioni che coinvolgevano gli altri studenti, che in tal modo uscivano dalla loro comfort zone intervenendo. Queste loro presentazioni poi costituivano parte integrante d’esame che si sarebbe svolto oralmente.
Quindi, rievocando la memoria da cui ha preso spunto questo scritto, non ci sono modi differenti di narrare l’arte all’università e in accademia, come se fossero istituzioni di serie A e di serie B, percezione forse attenuata negli ultimi anni, anche perché differenti sono le finalità e i percorsi formativi. Oltretutto attualmente la ricerca artistica, anche se ancora in forma imperfetta, è ampiamente e ufficialmente riconosciuta, e le accademie hanno finalmente potuto attivare i dottorati di ricerca: percorsi che non vengono a sovrapporsi ai dottorati universitari, in quanto tendono proprio a promuovere le eccellenze creative, valorizzando, come nel caso dell’Accademia di Roma, le nuove tecnologie applicate alla comunicazione e alla produzione artistica. E la Storia dell’arte si pone come un solido centro propulsore su cui convergono le energie creative dei vivaci indirizzi artistici, come testimoniato dai numerosi progetti, anche europei, che le accademie hanno già avviato.
La Storia dell’arte, pur con le diverse metodologie (filologiche, semiologiche, iconologiche, gender e visual studies, per citarne alcune), metodologie che dovrebbero integrarsi e non attestarsi su monolitiche posizioni, è una nella sua narrazione come l’arte è una nella sua creazione.
Note
1. Cfr. Maria Grazia Messina, “Collage di Gauguin”, in Ilaria Schiaffini e Claudio Zambianchi (a cura di), Contemporanea. Scritti di storia dell’arte per Jolanda Nigro Covre, Campisano Editore, Roma, 2013, pp. 71-76.
2. Cfr. Maria Mimita Lamberti e Maria Grazia Messina (a cura di), Collage/Collages: dal Cubismo al New Dada (catalogo della mostra, Torino, Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, 9 ottobre 2007 – 6 gennaio 2008), Electa, Milano, 2007.
3. Si veda James Joyce, Ulisse (1922), Mondadori, Milano, 2000, pp. 115-146.
4. Cfr. Marco Rinaldi, La Casa Elettrica e il Caleidoscopio. Temi e stile dell’allestimento in Italia dal razionalismo alla neoavanguardia, Bagatto Libri, Roma, 2003, pp. 121-133, 168-169, e Marco Rinaldi, Strappare il mondo al caso. Comunicazione estetica e neoavanguardia in Italia (1956-1964), Bagatto Libri, Roma, 2008, pp. 119-133.
5. Cfr. Cosetta G. Saba (a cura di), Cinema Video Internet. Tecnologie e avanguardia in Italia dal Futurismo alla Net.art, CLUEB, Bologna, 2006.
6. Si veda Louis Aragon, Les collages, Hermann, Paris, 1965.
7. Cfr. David Rosenberg e Bartolomeo Pietromarchi (a cura di), Neon. La materia luminosa dell’arte (catalogo della mostra, Roma, MACRO Museo d’Arte Contemporanea di Roma, 21 giugno – 4 novembre 2012), Quodlibet, Macerata, 2012. La mostra, in realtà, si era già tenuta alla Maison Rouge di Parigi dal 7 febbraio al 20 maggio dello stesso anno con il titolo Néon. Who’s afraid of red, yellow and blue?.
8. Cfr. Marco Rinaldi, Una pagina in altezza su un lembo di cielo. Noël, Novelli, Twombly e l’onda lunga di Mallarmé, in Ilaria Schiaffini e Claudio Zambianchi (a cura di), Contemporanea, 2013, pp. 253-260; Mireille Calle-Gruber (a cura di), Réinventer les alphabets: Claude Simon/Gastone Novelli, HDiffusion, Villiers St-Josse, 2023.
9. Cfr. Gastone Novelli, I viaggi di Brek, Alfieri edizioni d’arte, Venezia, 1967, e la riedizione critica di Raffaella Perna (a cura di), Gastone Novelli. I viaggi di Brek, Postmedia Books, Milano, 2000; cfr. inoltre Dino Buzzati, Poema a fumetti, Arnoldo Mondadori, Milano, 1969. Per l’uso di un linguaggio politico semplificato a slogan in Novelli e nel contesto artistico a lui contemporaneo si veda Marco Rinaldi, “Lutte, échec, nouvelle lutte. Terzomondismo e antimperialismo nelle ricerche visuali italiane degli anni Sessanta”, From the European South, n. 6, primavera 2020, pp. 9-21, <http://europeansouth.postcolonialitalia.it/current> (03/26).
10. Susan Sontag, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società (1977), Einaudi, Torino, 1978 (2004), p. 84.
11. Dietrich Mahlow, “Vorwort / Préface”, in Dietrich Mahlow (a cura di), Schrift en Beeld / Art and writing / L’art et l’écriture / Schrift und Bild (catalogo della mostra, Amsterdam, Stedelijk Museum, 3 maggio – 10 giugno 1963; Baden-Baden, Staatliche Kunsthalle, 15 giugno – 4 agosto 1963), Carl Schütte & C. Behling – Wilhelm Riegger – Stedelijk Museum, Berlin-Karlsruhe-Amsterdam, 1963, p. 6 (traduzione dell’autore).
12. Si veda Marco Rinaldi, “Schrift und Bild: fonti e prospettive della verbovisualità in una mostra dimenticata degli anni Sessanta”, Piano B – Arti e Culture Visive, vol. 5, n. 1, 2020, pp. 108-131, <https://doi.org/10.6092/issn.2531-9876/12276> (03/26).
13. Si veda Melania Gazzotti e Julia Trolp (a cura di), La parola nell’arte. Ricerche d’avanguardia nel ’900. Dal futurismo a oggi attraverso le collezioni del Mart (catalogo della mostra, Rovereto, Mart – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, 10 novembre 2007 – 6 aprile 2008), Skira, Milano, 2007.

